Jakob Spielhans

Jakob Spielhans

Filosofo tedesco (n. 6 gennaio 1842 – m. 5 gennaio 1885) di Sömmerda, borgo dal quale non si spostò mai. Dal 1856 al 1862, a Pforta, a due passi dalla città natale, fu compagno di scuola di Nietzsche (che frequentò la scuola dal 1858 al 1864) e, sempre da ragazzo, entrò in contatto con un ormai anziano Johann Nikolaus von Dreyse, suo concittadino e noto inventore dei fucili adottati dall’esercito prussiano per tutta la seconda metà dell’Ottocento. Non si sposò mai, né ebbe figli. Per mezzo di una «Dreyse M1879», morì suicida la notte prima di compiere 43 anni. Gli sono attribuite quattro opere:

  • Fragmente, in «Ausgewählten Schriften» («Frammenti», postumo e inedito in italiano);
  • Brief dem Hirten («Lettera al Pastore», ediz. it. Pantheon 1979);
  • Dunkelheit und Deutlichkeit in der Vergleichung zwischen dem Denken der Antiken und der Modernen (trad. it. «L’oscuro riflettere»);
  • Systema systematicum.

Dei «Frammenti» non è disponibile un’edizione italiana; essi costituiscono una sezione degli «Ausgewählten Schriften», ossia degli scritti scelti, e si limitano a raccogliere alcuni aforismi e brani raramente più lunghi di una pagina che non hanno mai visto la pubblicazione nel corso dell’esistenza dell’autore. Sebbene essi non rappresentino la parte per così dire sistematica del suo pensiero, vengono considerati la sua produzione più interessante per il fatto che lo stile, per forza di cose, provvisorio e mirante al cuore della problematica tipico degli appunti ben si confanno al più generale modo di procedere della riflessione di Spielhans e anche al contenuto stesso di essa, segnato dallo sforzo e dalla tensione verso la distruzione dell’unità elevata a sistema e la dispersione della realtà nei multicentri di una coscienza dipanantesi magmaticamente.

Quanto all’opera «L’oscuro riflettere», in verità non è proprio un libro ma la breve trascrizione di una conferenza tenuta a Pforta nel 1874 nell’ambito di una discussione «Sull’apporto degli studi antichi alla comprensione dei tempi presenti»; più precisamente il titolo originale dello scritto di Spielhans suonerebbe «Oscurità e perspicuità nel confronto tra il pensiero degli antichi e dei moderni», il quale, oltre a suonare meglio, indulge meno al presunto carattere esoterico del testo e ne chiarisce adegutamente la cornice accademica e l’orientamento reale dell’autore, il cui scopo precipuo era quello di scardinare l’interpretazione “antichizzante” nell’approccio alla conoscenza della sapienza antica. Nietzsche, nel tentativo di riscoprire e reinvetare i Greci alla fine ha abbandonato la salute dei più, Spielhans è stato solo condannato alla dimenticanza. Ma forse ha potuto limitare i danni solo perchè in lui il pensiero, a differenza che in Nietzsche, non ha trovato una compiuta sintesi all’interno di un sistema. Del resto, se non si dà pensiero al di fuori della scrittura e se si inquadra la produzione scritta di Spielhans all’interno della sua evidente frammentarietà, non si può che concludere che siamo al cospetto di un pensiero poco sistematico. La coerenza è altra cosa e questa non è in discussione. Anzi, la coerenza di Spielhans si appalesa tutta nella rigorosa consequenzialità, che si fa perfino coincidenza, della “parte” teoretica del suo pensiero con quella morale.

Il suo concetto di percezione an-estetica del mondo (che non è al contempo aniconica, cosa che si percepisce anche nel tributo che la sua etica paga all’immagine nello specchio) ha influenzato i pensatori dopo la seconda guerra mondiale, come H. Arendt e J. Habermas. La percezione an-estetica è una critica allo sguardo che ha perso la teoreticità e con ciò è incapace di attribuire un valore; l’immagine allo specchio, in questo senso, è criticata nella visione moderna, perché quest’ultima nello specchio vede solo sé stessa e non il proprio doppio. E proprio l’incapacità di vedere nello specchio il proprio doppio è il portato di un’etica che gira intorno al perno di un artificiale plesso identitario, che alla prova dei fatti rivela la propria reale frammentarietà.

Del Systema systematicum si sa pochissimo, se non che si tratta di uno scritto aforistico incompiuto. Se ne parla suggestivamente qui.

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