Intervista a Cateno Tempio

Intervista a Cateno Tempio
A proposito di «Apocalissi e conversione»

di Antonella Passini

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Cosa ti ha spinto a scrivere un libro su un tema così emblematico come quello dei miti apocalittici?

La domanda presuppone che qualcosa mi abbia spinto a scrivere. È una formulazione che mi piace molto, perché lascia intendere che la scrittura non dipende da me, ma piuttosto da qualcosa “dentro” o “fuori” di me. In ogni caso da qualcosa che non sono io stesso. Parlando in generale, non solo riguardo al caso specifico del mio libro, è proprio quello che credo accada: non sono io che spingo me stesso a scrivere. Sembra quasi che io dica: non posso farmi uno sgambetto da solo. Cerco di chiarire cosa intendo, per evitare equivoci. Risponderò alla domanda nei tre punti che la compongono: 1) cosa mi ha spinto a scrivere; 2) cosa mi ha spinto a scrivere un libro; 3) cosa mi ha spinto a scrivere un libro sui miti apocalittici.
1) Ogni scrittore (per quanto mediocre o scarso, consapevole o inconsapevole) è per certi versi platonico. Il platonismo dello scrittore consiste nel tentativo di cogliere una forma intellettuale ed esprimerla a mezzo delle parole scritte. La forma in qualche modo preesiste alla scrittura, ma al contempo si dispiega nel farsi di essa. Preesiste in quanto idea antiplatonica, ossia stratificata nei millenni, moltiplicata nelle menti individuali, deformata da gusti ed epoche, variabile, a un tempo universale e singolare, oggettiva e soggettiva: compreso tutto questo, assoluta; si dispiega nell’atto dello scrivere, per fissarsi definitivamente con la cristallizzazione di uno scritto, che – se non si perderà negli anni o nei secoli, o anche nonostante questo – contribuirà al variare, al dilatarsi della forma: compreso tutto questo, ancora, assoluta. Il mio tentativo di scrivere si inquadra in questa ricerca della forma. Nel caso specifico di cui ci stiamo occupando, ossia un libro di filosofia, la forma è concettuale e credo che l’unico modo – o quantomeno il migliore – per esprimere i concetti sia la scrittura. Il concetto è la forma filosofica, l’idea platonica che la filosofia vuole mostrare. Il pensiero filosofico si esprime sotto forma di concetti. Ciò che “mi ha spinto” a scrivere, dunque, è il tentativo di mostrare un concetto. Il concetto – in quanto forma – non dipende da me; in un certo senso, si potrebbe dire che è il concetto stesso a voler mostrare sé stesso, se ciò non implicasse una personificazione del concetto medesimo. Vorrei però sottrarmi a tutte le accuse di presunzione che mi si potrebbero rivolgere: io non sono il mezzo privilegiato attraverso cui il concetto vuole esprimersi (proprio perché non c’è alcuna personificazione, quasi che il concetto avesse una volontà propria); d’altro canto, neppure godo di una vista più lunga o acuta e non sono sicuro di esprimere e mostrare al meglio il concetto. Spesso ho utilizzato il paragone con altri ambiti per spiegare come credo stiano le cose: si diventa scrittori come si diventa, per esempio, ciclisti, tanto per nominare una categoria a me cara. Il ciclista è mosso da gambe, cuore, polmoni; pedala perché sa che può farlo; se ne è in grado, vince e compie capolavori sportivi. Lo scrittore – quindi anche io, per quanto modesto – è mosso dalla mano, dalle parole, dall’idea. Sa che può scrivere. E scrive. Tutto qua.
2) Scrivere un libro è tante cose. In ogni libro che si rispetti ci sono tutti gli altri libri. In ogni arte che si rispetti ci sono tutte le altre arti. Allora un libro – ammesso che sia buono – è ogni altro libro; e poi, oltre a essere scrittura, ha qualcosa della musica (in quanto ogni parola, ogni frase è anche suono), delle arti visive (la composizione, la messa a fuoco, il taglio, le inquadrature…), dell’architettura (la struttura, le fondamenta, i muri portanti, l’organizzazione formale di ampio respiro)… E poi scrivere un libro dà la possibilità di distendere la scrittura in uno spazio esteso, ragionato, mediato. Ogni appassionato di musica sa che l’armonia è un prodotto: non sta a monte, non è uno stadio iniziale, bensì è costruita, è un compimento. Questa è una grande lezione per il pensiero in generale: l’armonia, che possiamo considerare miticamente come un’età dell’oro, non è all’inizio dei tempi, piuttosto è dispiegata negli spazi. Scrivere un libro è costruire un’armonia, rincorrere l’idea di perfectio, intensa in senso proprio, ossia come compimento. La famosa frase di Spinoza: Per realitatem, et perfectionem idem intelligo («Per realtà e perfezione intendo la stessa cosa») – bellissima e terribile, tanto che pare un verso – potremmo piegarla ai nostri scopi: per librum et perfectionem idem intelligo. Con questo, intendo sovrapporre libro e realtà, ed entrambi identificarli con la perfezione. La realtà è nei libri; anche nei libri. Qui assume la sua forma perfetta.
3) Per un filosofo scrivere su un tema specifico anziché su un altro è quasi del tutto indifferente. Spesso è l’occasione a decidere di un tema. Si può dire che i rapporti che intrattiene un filosofo con i temi di cui si occupa – escluso quello specifico – siano dei rapporti occasionali. Certo, può anche darsi, come avviene in ambito sessuale, che i rapporti occasionali siano quelli in cui si gode di più, ma l’amore è un’altra cosa. E il filosofo ama la conoscenza, che è il suo tema specifico. Per continuare platonicamente con questa terminologia erotica, possiamo dire che anche quando ha rapporti occasionali, il filosofo pensa costantemente alla sua amata. Fuor di metafora, significa che anche quando il filosofo si occupa di morale, di etica, di psicologia, di scienza, financo di economia, in realtà è della conoscenza che si sta occupando, il suo pensiero è costantemente rivolto a essa. La filosofia è sempre filosofia teoretica. Altrimenti non è tale. Ora, quando dico “conoscenza” intendo qualcosa di molto preciso, non la conoscenza comunemente intesa, ossia sapere fare qualcosa o avere imparato qualsiasi tipo di nozione, più o meno tecnica, più o meno astratta. La conoscenza propriamente detta, cioè la conoscenza filosofica, riguarda il senso del conoscere in primo luogo metafisico, che diventa subito metacognitivo, in quanto chiede conto della conoscenza stessa, nel senso parmenideo per cui pensare ed essere sono la stessa cosa. La conoscenza filosofica è il pensiero, che si esprime sotto forma di concetti, ovvero la cui forma è concettuale. Qui torniamo al discorso di prima, ossia al discorso della forma. Potrebbe sembrare tutto molto autoreferenziale: la filosofia è la conoscenza che chiede conto di sé stessa. Con formulazione aristotelica potremmo dire che la filosofia è pensiero di pensiero. Tutto questo non è autoreferenziale perché il pensiero è il modo concettuale di cogliere la realtà; anzi, di più: la realtà – nella sua generalità – può essere colta solo per mezzo del pensiero, che a sua volta ne fa parte. Per questo la filosofia è pensiero di pensiero. Una volta che la realtà è colta concettualmente, la filosofia riesce a mostrare una forma.
Ora che ho chiarito come stanno le cose con il mio vero amore, posso concedermi la vanteria della scappatella e parlare francamente del mio rapporto occasionale. Invero, non mi sono occupato propriamente dei miti apocalittici; piuttosto ho inquadrato anche miticamente la catastrofe occidentale, che è una specie particolare di apocalisse. L’occasione è stata piuttosto banale: era stato bandito un concorso dal tema: “La catastrofe nel pensiero occidentale”. Da lì nacque il primo nucleo del libro, più breve del testo definitivo, e abbastanza diverso da esso, anche più acerbo. Dopo un paio di anni ho rielaborato il tutto, ho impresso un marchio spiccatamente teoretico e metafisico – quindi immediatamente politico – e ne è venuto fuori il libro com’è ora. I temi trattati (l’occidente, la globalizzazione, la crisi, le catastrofi ambientali) suonano di primo acchito di stretta attualità. Ma è una truffa, è un inganno. Ho dichiarato il mio amore a questi temi nell’orgiasmo dell’amplesso. In quei momenti si può promettere e giurare di tutto. Il libro è – almeno nelle intenzioni – teoretico, quindi per forza di cose intempestivo e inattuale. Tutto ciò che vi è detto è da intendersi in senso metaforico, ossia direttamente metafisico. Il mio grande amore da filosofo – tutto capriccioso e problematico – resta quello per la conoscenza. A essa sacrifico tutta la scienza, la politica, la morale.

Apocalissi e conversione: significato del titolo?

Le due parole del titolo sono tratte dal vocabolario religioso, segnatamente dal cristianesimo. Ho giocato sporco, lo confesso. Perché nel trarre questi termini dall’ambito cristiano ho inteso privarli di ogni connotazione dottrinaria e religiosa in senso stretto. Spostare il significato delle parole è cercare di far mancare a una dottrina il terreno di sotto i piedi. Sono le parole a fondare le dottrine e quindi le istituzioni. Se ciò non fosse chiaro, basterebbe pensare alle tre religioni del monoteismo, fondate sui testi sacri. La questione è chiarissima specialmente nel cattolicesimo, fondato sulla Parola. Appropriarsi dei vocaboli specifici di una dottrina è condurre una guerriglia logorante, sotterranea, pericolosa. Si può rimanere scottati, uscirne con le ossa rotte e sconfitti, perché il compito non è affatto facile. Si corre il rischio di rimanere invischiati e da anticristiani ci si ritrova criptocattolici. Penso soprattutto a Heidegger, che pur professando un a-teismo metodologico (il trattino è suo, e ne denuncia tutto l’imbarazzo) puzza dalla testa ai piedi di criptocattolicesimo, quando non di tomismo esplicito.
Io utilizzo “apocalissi” al singolare con la “i” finale. Non è un gratuito arcaismo. La “i” finale da una parte serve a distinguere la catastrofe generica, quella che in linguaggio comune chiamiamo appunto “un’apocalisse”, dalla catastrofe precipua dell’occidente, o anche dall’apocalisse intesa in senso religioso; dall’altra parte rende il termine più neutro, indeciso tra singolare e plurale, come se la catastrofe occidentale fosse costituita da una serie ininterrotta di catastrofi che si sommano. Con “apocalissi” intendo appunto il portato catastrofico essenziale dell’occidente.
Anche rispetto alla conversione ho cercato di trarmi fuori dall’ambito religioso; anzi, addirittura con “conversione” voglio intendere proprio una via d’uscita da tutte le forme di dominio possibili e immaginabili, soprattutto da quelle forme basate sul dominio di pensieri e sulla gerarchia, proprie di tutte le religioni e alla base di ogni istituzione, in special modo di quelle ecclesiastiche.
Apocalissi e conversione sono due termini antitetici: il primo indica la catastrofe di proporzioni mondiali provocata dalla forma di dominio occidentale; il secondo la catastrofe singolare, ossia quella che per me è la via d’uscita dalla forma di dominio.

Perché la conversione è considerata l’unica via per sfuggire all’apocalissi?

Uno dei “convertiti” per eccellenza è Paolo di Tarso. La caduta da cavallo sulla via di Damasco è tra gli episodi più celebri delle illuminazioni religiose che fanno cambiare vita. Almeno, così vuole la visione comune. Perché a ben vedere non si tratta di una conversione vera e propria: semplicemente Paolo cambia padrone, si fa servo di un Signore anziché di un altro. (Divertente, poi, il fatto che, per come ci è raccontato, Paolo, non appena caduto, sappia già che è un “Signore” colui che gli chiede conto della persecuzione.) Insomma, la sostanza non muta: si cambia bandiera, ma l’atteggiamento zelante è il medesimo. Lo stesso è con le forme di dominio: ora quella occidentale che si esprime apocalitticamente, in tempi passati altre forme, in futuro altre ancora. L’obiettivo è sempre uguale: assoggettare, inquadrare, dominare, schiavizzare, istituzionalizzare, gerarchizzare.
L’unico modo di sottrarsi è convertirsi, in senso pieno, in senso vero. Rinunciare al dominio, all’istituzione, alla gerarchia, alla schiavitù. La forma di domino è tutta tesa ad assoggettare l’esterno, a espandersi esteriormente. La conversione si sottrae a questo stato di cose: fa morire al mondo, schiude il pensiero, crea ed espande l’interiorità. Sulla base di questo, poi, costruisce l’esterno. Non dico niente di nuovo, potrei fare decine di nomi che potremmo annoverare in questa categoria di convertiti: Socrate, Gesù, il singolo kierkegaardiano, l’unico stirneriano, il superuomo nietzscheano… Tutte figure molto diverse e non a caso, perché ogni convertito è categoria a sé stesso: un singolo o un unico come potrebbero essere uguali a un altro singolo o unico? È nel segno della differenza deleuziana che avviene la conversione.

L’idea dell’apocalissi è strettamente occidentale? Qual è e com’è lo sguardo delle culture orientali?

Nel senso specifico che ho conferito all’apocalissi, sì, la possiamo considerare strettamente occidentale, come accennavo sopra. Nel solco tracciato dall’occidente si è creata la distinzione tra mondo e terra, dove quest’ultima è il pianeta in senso fisico, nella sua generalità, mentre il mondo è un concetto metafisico per cui qualunque cosa deve essere considerata una risorsa, un utilizzabile, sia essa un essere inanimato o animato. Non a caso l’occidente ha inventato l’aberrante formula “risorse umane”. I confini del mondo arrivano fin dove c’è qualcosa che può essere utilizzato. L’intento dell’occidente è quello di rendere tutta la terra, anzi, se possibile, tutto l’universo un “mondo”, ossia un utilizzabile. Nella sua sostanza, il fenomeno della globalizzazione è questo: una progressiva mondializzazione del pianeta, allo scopo di utilizzare ogni risorsa possibile. L’apocalissi è la diretta conseguenza di questo sostrato ideologico. Se tutto il pianeta è sfruttato, alla fine la catastrofe, in un modo o in un altro, più o meno ampia, arriverà. Il destino è sempre insito nei presupposti.
Non sono un orientalista, non mi sono occupato mai nel dettaglio di filosofie e religioni orientali. Conosco il minimo indispensabile; e anzi forse nemmeno quello. Però posso dire due cose. La prima è che comunque non mi fido mai di nessuna cultura che sia strutturata, istituzionalizzata e gerarchizzata. Oriente od occidente poco importa. La forma di dominio tende a soggiogare tutti, è spietata, non guarda in faccia nessuno. Non ho speranze che una forma di dominio possa “salvarci” da un’altra. È vero, ci sono frangenti in cui qualcosa è meno peggio, molto meno peggio di qualcos’altro: la democrazia liberale è molto meglio del nazismo, per fare un esempio banale. Ma alla lunga non so se i conti tornino così facilmente. Si salvi chi può, in senso pieno, da singolo.
La seconda cosa è che l’idea di una catastrofe cosmica e definitiva, senza alcuna speranza di rinascita in un modo o in un altro, mi sembra prerogativa dell’occidente. Intendo proprio dell’occidente contemporaneo, segnatamente di quello materialista. Qui bisogna distinguere: una cosa è la stupefacente – da me del tutto condivisa – concezione meccanicistica, materialistica, tutta terrena della completa corporeità dell’essere umano e della conseguente estinzione totale della sua vita con la morte. Penso al meccanicismo settecentesco; alle visioni così coraggiose e strettamente aderenti alle realtà di un Foscolo o di un Leopardi; all’esaltante senso della terra di Zarathustra. Queste mi sembrano meravigliose avventure del pensiero. Dall’altro lato, l’occidente ha creato la concreta possibilità di distruggere l’umanità stessa per intero, o di comprometterne la sua esistenza su questo pianeta.
Come che sia, il dato decisivo – e qui ha ragione il primissimo Sgalambro – mi sembra la scoperta che il sistema solare ha i giorni contati. Lui l’ha chiamata “la morte del sole” (è anche il titolo del suo primo libro). Sapere che tutto, o meglio ciò che per noi è tutto – il nostro sistema solare – sarà annientato definitivamente, senza possibilità di salvezza per niente e per nessuno, cambia le carte in tavola. I miti hanno sempre presentato nascite, conflagrazioni, diluvi, ricostruzioni e così via, in un ciclo eterno, oppure garantendo la possibilità di una vita eterna dopo la morte. È sempre stato tutto un proliferare di anni platonici, grandi anni, eterni ritorni, trimurti, metempsicosi, palingenesi, millenarismi e così via… La morte del sole, invece, è una scoperta occidentale. Questo è l’occidente: la consapevolezza che tutto, ma proprio tutto avrà da finire, irrimediabilmente, senza via d’uscita. Credo che nessun’altra cultura abbia mai avuto questa consapevolezza.

Apocalissi e momenti di crisi: queste due idee hanno qualche connessione? E in che modo?

Le due idee sono connesse eppure per certi versi antitetiche. La crisi presuppone che si possa sempre recuperare, ritornare a uno standard accettabile di benessere, sicurezza, tranquillità, certezza. L’apocalissi è il punto di non ritorno, la catastrofe finale dalla quale non si potrà avere via di scampo. Dalla crisi si può giungere all’apocalissi. Però la crisi è qualcosa che può attraversare tutte le culture e le vite umane, mentre l’apocalissi, per come l’abbiamo intesa, è prettamente occidentale. Nello specifico, data la forma di dominio attuale, la crisi dell’occidente si configura come crisi economico-ambientale. L’occidente si sente costantemente come se fosse su un letto di Procuste: da una parte il capitalismo sfrenato, il consumismo che tutto inghiotte; dall’altra la limitatezza delle risorse, perché l’occidente tende a sfruttare infinitamente, mentre le risorse sono finite. Pertanto, sul metaforico letto di Procuste che è la natura in generale, l’occidente ci sta o troppo lungo (capitalismo sfrenato) o troppo corto (impossibilità di continuare a sfruttare illimitatamente risorse finite). La crisi è dovuta al fatto che il capitalismo sfrenato non si può accorciare, senza che cessi d’essere capitalismo per mutarsi in qualcos’altro; e al contempo le risorse non si possono “stiracchiare” all’infinito. Dunque è il panico; ma un panico in sordina, anzi ammorbidito, guardato con distacco, come se la cosa non ci riguardasse. La crisi annuncia una possibile discesa verso l’apocalissi. Se e quando quest’ultima accadrà, cesserà anche la crisi, la quale presuppone ancora la possibilità di scendere sempre più in basso, mentre l’apocalissi è il punto infimo, oltre il quale non si dà ulteriore discesa, quasi come l’inferno.
Per l’occidente capitalista non si tratta più di crisi ciclica come l’aveva intesa Marx. Innanzi tutto perché la crisi non è più effettivamente ciclica, ma endemica, perenne. La ricchezza è appannaggio di un numero sempre più ristretto di persone; a essere sfruttata non è più solamente la classe proletaria (che a tutt’oggi anzi possiamo dire estinta), bensì proprio quella classe media e borghese che ha deciso le sorti del capitalismo. Il proletario non esiste quasi più. Siamo tutti borghesi: la partita ora è tra borghesi ricchi e borghesi poveri. Il capitalismo, come in campo prettamente economico tende al monopolio (alla faccia della libera concorrenza), così in campo sociale restringe sempre più la fascia dei borghesi ricchi per infoltire le fila dei borghesi poveri, che vivranno una crisi perenne. La seconda differenza con le crisi cicliche individuate da Marx è che quelle erano un risultato delle leggi intrinseche all’economica capitalista (sovrapproduzione, interdipendenza dei mercati internazionali, circolo vizioso tra chiusura delle fabbriche, disoccupazione, mancanza di risparmi, fallimenti delle banche, chiusura delle fabbriche…), mentre la crisi attuale è finanziaria, che tradotto in termini brutali significa indotta volontariamente da chi ha in mano le sorti dell’alta finanza, i fondi monetari internazionali, le banche, le multinazionali. I soldi si trovano solo per salvare le banche. Traduciamo ancora una volta: le banche sono tra i pochissimi privilegiati che con la crisi ci guadagnano. La crisi finanziaria indotta è dunque volutamente endemica e riguarderà un numero sempre crescente di persone. Questa è la crisi a cui l’occidente è approdato: eliminare le classi sociali, suddividere gli individui in base alla ricchezza, avere in pugno le sorti economiche dell’intero mondo. Se e quando l’occidente realizzerà appieno tutti questi obiettivi e renderà la crisi costante e universale, allora sarà l’apocalissi.
Come ho detto prima, non nutro fiducia in altre forme di dominio. Probabilmente, quando l’occidente imploderà o esploderà, un’altra forma di dominio universale ne prenderà il posto. Magari non si dispiegherà in forma capitalistica, ma mettiamo che una forma orientale e islamica prenda il sopravvento. Per il singolo non ne potrebbe venire niente di buono. La forma sarebbe religiosa e non libertaria. Sul momento, ripeto, una forma di dominio sembra preferibile a un’altra. È innegabile che in occidente si gode di un certo benessere e di una certa libertà. Qui, però, torna utile la distinzione che ho trovato in Žižek tra violenza soggettiva e violenza sistemica. La prima è la violenza come la immaginiamo normalmente, quella che irrompe nel quotidiano: una rissa per un parcheggio che finisce con un morto, una sparatoria, un delitto per vendetta o gelosia. La violenza sistemica è il risultato di un assetto politico ed economico, è meno visibile ma altrettanto efficace della violenza soggettiva. Il conto delle sofferenze e delle vite umane pagato alla violenza sistemica è probabilmente più salato rispetto a quello della violenza soggettiva. Io sono convinto che, alla lunga, l’ammontare di violenza sistemica di qualsiasi forma di dominio sia pressoché uguale. Per questo non nutro speranze di sorta e mi affido solamente alla singolarità che tenta di sottrarsi a qualsiasi forma di violenza.

Come riesci a scrivere pagine e pagine di elaborazione teorica?

Questa domanda è molto interessante, perché in effetti non lo so. Nel senso che non mi sono mai messo a pensarci. Posso solo tentare un abbozzo di risposta. Forse, molto semplicemente, obbedisco alle leggi della scrittura. Quando si comincia a scrivere, chi lo sa dove si andrà a parare? È la scrittura che comanda, che guida. Perché ha le sue regole. Magari in testa hai un pensiero che poi sulla carta non regge per tanti motivi, che possono essere stilistici, argomentativi, strutturali. Nella scrittura seguo il suono e l’immagine, proprio in quest’ordine. La forma concettuale è fatta di suoni e immagini astratti. Quando dico “suono” è abbastanza chiaro, perché la parola è anche e soprattutto questo. Per me è un primo indicatore: se il suono funziona, allora probabilmente la frase, il paragrafo, il capitolo, il libro sono “giusti”. Questo tipo di suono è astratto sia perché tanto spesso non pronunciamo ciò che leggiamo (l’effetto – anche se depotenziato – è quello di leggere uno spartito musicale senza ascoltare la musica), sia perché pretende di essere raccolto tutto in una volta, da cima a fondo: un libro, come una sinfonia, pretende una comprensione complessiva, oltre che delle varie parti. Conoscere un libro dal punto di vista sonoro è astrarre dalla singolarità dei suoni per sentirlo come un tutto armonico.
Quando dico “immagine” si possono creare dei fraintendimenti, perché da un lato, sì, intendo l’immagine propriamente detta, fatta di figure o di segmenti più o meno narrativi e descrittivi; ma per lo più lo dico in senso platonico (incredibile quanto nonostante tutto io sia platonico; ma per uno che si occupa di filosofia è il minimo): l’immagine è il “contenuto”, l’eidos, l’idea, la forma. In questo senso si può accantonare l’annoso e stupido problema della dialettica tra contenuto e forma. Il concetto è un contenuto formale e, come ho detto più volte, la filosofia esprime i concetti. L’immagine filosofica è il concetto. Anche in questo caso si tratta di un’astrazione, perché l’immagine filosofica non si “vede” con gli occhi. La potenza immaginifica della filosofia consiste proprio in questo.
In fondo non è importante accumulare pagine; non importa la lunghezza di ciò che si scrive. Un verso o un aforisma possono dire tutto, mille pagine niente. Come dicevo all’inizio, l’idea si mostra nel suo farsi.
Ho scritto pagine e pagine di elaborazione teorica, ma non so se essere contento di questo. Per farlo ho letto tantissime altre pagine e pagine di elaborazione teorica, di narrazioni, poesie, rappresentazioni. Ho guardato film, ho ascoltato musica di ogni tipo. Ho vissuto, come tutti. E ognuna di queste cose concorre e non concorre a scrivere pagine e pagine di elaborazione teorica. Ci si mette appresso a un’idea, come appresso a un’amante. La si insegue, la si vorrebbe disegnare, afferrare, possedere. Conta poi molto il risultato? L’idea è lì. Scriverci un libro attorno è niente, almeno dal punto di vista di chi lo scrive. Il libro se ne sta là, cosa tra cose, autonomo, indipendente rispetto a chi l’ha scritto.
A molti capita la ventura di scrivere. A pochissimi quella di scrivere bene. A una ristrettissima cerchia di privilegiati è toccato in sorte di tracciare con parole i contorni di un’idea. Verrebbe da starsene comodi in poltrona a gustarsi le parole degli altri e non muovere un dito. E prende, invece, la smania delle parole, l’insana voglia di costruire un’impalcatura di concetti, la follia di amare un’idea. Prende l’insaziabile sete della conoscenza, si è creduto di intravvedere una forma, la si vuole disegnare, afferrare, possedere. Si vuole partecipare, nel suo farsi, al dispiegamento dell’idea, mossi dall’illusione tanto spesso delusa che si possa raccoglierne qualche brandello, che si possa scorgere, intuire, indovinare un aspetto nascosto della bellezza intatta, ineffabile, indicibile della forma perfetta e assoluta. Se ne gode, per un po’, come in un amplesso. Poi, se si ha ancora tempo e voglia, si ricomincia, come nell’eterno gioco fanciullesco degli amanti.

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